Kurt Sutter parla del prequel First 9, dello spin off sui Mayans e del suo rapporto con Charlie Hunnam e Ron Perlman

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Kurt Sutter in un’intervista per Deadline in occasione dell’imminente debutto della sua nuova serie “The Bastard Executioner”, (15 Settembre su FX USA) ha risposto anche ad alcune domande relative all’universo di “Sons of Anarchy”. Scoprite qual è la sua idea per il prequel dedicato ai First 9 e per lo spin-off sui Mayans, oltre ad alcuni retroscena riguardanti il suo rapporto personale con gli attori Charlie Hunnam e Ron Perlman, rispettivamente Jax Teller e Clay Morrow in SOA.

DEADLINE: Finisci una serie come Sons mesi prima che vada in onda e nel momento in cui ottieni l’adulazione da parte del pubblico, ognuno è andato per la sua strada lavorando a nuovi progetti. Gli Emmy ti hanno ignorato ancora una volta, ma il finale ha registrato ascolti enormi. Quali sono stati alcuni dei momenti più soddisfacenti che hai avuto con il cast di Sons?

SUTTER: Questa è una grande domanda. Credo di aver provato la rara soddisfazione di avere ottenuto proprio il senso di quello che volevo fosse lo show, quello che volevo realizzare e come volevo che finisse. Ho portato i miei personaggi lungo il viaggio che volevo intraprendessero, e questa è una cosa rara per uno scrittore. Amo il mio cast. Una delle cose più interessanti di trovarmi a Londra [per le riprese di “The Bastard Executioner”, n.d.r.] è che ho avuto la possibilità di uscire insieme con Charlie Hunnam molto spesso. E’ stato davvero difficile per noi elaborare ciò che stava succedendo, mentre era in corso, ma uscire insieme per un paio di mesi ci ha permesso di metabolizzare il tutto dopo la fine di SOA.

Prima che Katey [Sagal] ed io avessimo un posto tutto nostro, soggiornavo in Charlotte Street nel quartiere di Fitzrovia [noto quartiere residenziale nella Londra centrale, dove vivono varie celebrità, n.d.r.]. Charlie viveva in un quartiere vicino, ma Guy Ritchie ha vissuto in Fitzrovia quindi forse una volta a settimana, vedevo Charlie che passava sulla sua bicicletta. Ci fermavamo per parlare e dire caz*ate. Una notte in particolare è stata così bella perché Katey era lì con me e avevamo avuto una giornata dura, eravamo stanchi per il jet-lag e ci mancava la nostra bambina. Poi Charlie è arrivato sulla sua moto e per Katey è stato come vedere uno dei suoi figli. Siamo usciti fuori per un’ora o poco più ed è stata una bellissima iniezione famigliare. Ho capito veramente quanto sono stato fortunato e quanto sia raro questo, avere costruito delle relazioni così nel corso degli anni. Amo Charlie, sul serio. Non vediamo l’ora di avere la possibilità di lavorare di nuovo insieme. Penso che si sia divertito tantissimo in “King Arthur” [il nuovo film diretto da Guy Ritchie reinterpretando la leggenda di Re Artù, n.d.r.] e c’è una parte di me che è grata per non aver spezzato completamente la sua anima per la fine del nostro show. E’ davvero in una posizione migliore rispetto a quando ha iniziato. Amo tutti i ragazzi. E’ fantastico lavorare di nuovo con Timmy [Timothy V Murphy] in “The Bastard Executioner”. Ricevo email pazzesche da Flanagan. Tutto ciò è davvero, davvero soddisfacente.

DEADLINE: Tommy Flanagan è stato lanciato con il film “Braveheart”. Si sarebbe inserito alla perfezione in questo nuovo show. Mi ha sorpreso non vederlo nel pilot.

SUTTER: Lo so. Ho parlato con Tommy per fare qualcosa nello show. Ha la moglie e il bambino qui [Los Angeles] ora quindi non è più un nomade come lo era quando ha iniziato Sons e viveva in una roulotte. Volevo avere anche Charlie. Desidera veramente fare qualcosa nello show ma la sua agenda è al completo per i prossimi due anni e i programmi della produzione cambiano. “King Arthur” è stato posticipato di due mesi prima del suo inizio. Ma mi piacerebbe molto avere Charlie e Tommy anche solo per un episodio.

DEADLINE: Ho avuto l’impressione che le cose non siano finite bene tra te e Ron Perlman in merito alla morte di Clay, dopo che Sons si è evoluto e si è allontanato dal porre Clay come focus principale dello show. Era importante mettere la parola fine con lui? E se n’è fatta una ragione?

SUTTER: Non ho rancore contro Ron, che è un attore di grande talento. Ron aveva davvero una percezione diversa di chi Clay fosse e del suo ruolo nel quadro generale che forse non combaciava con la mia. Man mano che la mia comprensione dell’evoluzione di questo personaggio progrediva, ha cominciato a vacillare sempre più da chi Ron pensava o voleva che Clay fosse. Questo non è insolito tra un attore e un creatore e ho avuto questi momenti con tutti nel cast, compreso Charlie. Cose così possono succedere ma si va avanti. Credo che Ron non sia riuscito a chiudere con il personaggio per via di come la storia di Clay si è conclusa e quindi era difficile anche per me mettere la parola fine con Ron. Speriamo che a un certo punto ciò succederà. Non credo che lui nutra alcun rancore contro di me né io contro di lui. Vorrei che le cose fossero finite un po’ diversamente tra di noi, ma fa parte della natura umana e sono sicuro che ognuno di noi ha avuto la sua parte. Quanto accaduto ricade sotto la voce generica di “differenze creative” in questo business, che potrebbe significare qualsiasi cosa, da divergenze creative a qualcuno che tira fuori una pistola contro qualcun altro. La verità è che non ho avuto affatto l’opportunità di vedere Ron, quindi è difficile per me valutare. Penso che se mi sedessi con Ron adesso, credo che sarebbe un bene e ci capiremmo. Ron non era in giro per l’ultima stagione ed è stata dura per lui. Ero con gli altri attori, anche se sono rimasto a stretto contatto con Ryan Hurst [il cui personaggio Opie è stato ucciso nella Stagione 5]. La mia sensazione è che ad un certo punto ci sarà una conversazione e supereremo tutto chiudendo questa storia.

DEADLINE: Parliamo un momento del prequel. Sembra l’opportunità per catturare quell’atmosfera alla “Easy Rider” con questi veterani che tornano dal Vietnam diseredati, ma ora è sorta anche una conversazione sui Mayans. Al di là di creare qualcosa al servizio dei fans che chiaramente non sono pronti ancora a lasciare andare via “Sons of Anarchy”, cos’altro puoi dirci su questi progetti e quanto di tutto questo è vero?

SUTTER: A un certo punto,  ho davvero in mente di fare, si spera, il prequel, che io vedo come una serie una tantum, di 10 o 12 episodi, in cui iniziamo nel Vietnam e vediamo John Teller e Piney e com’è nato il loro rapporto, per poi riportarli negli Stati Uniti con tutte le dinamiche che erano in corso a quell’epoca nel Paese, la percezione della guerra e quella strana percezione che questi veterani avevano quando sono tornati a casa. E poi c’immergiamo nello sviluppo del club, terminando prima d’iniziare ad arrivare troppo vicino a parte di quella mitologia che è stata già stabilita.

DEADLINE: Per quanto riguarda la storia con il club dei Mayans?

SUTTER: Il progetto sui Mayans è nato parlando con Eric Schrier, uno dei dirigenti FX che conosco da quando ero in “The Shield”. Stavamo parlando dell’idea di fare cose per altri mercati, come il mercato di lingua spagnola. Casualmente ho detto che sarei disponibile a fare qualcosa sui Mayans. E’ la stessa subcultura [motociclista], ma sarebbe interessante vedere le influenze di quella cultura e come incide la subcultura che già conosciamo. Vorrei fare un pezzo contemporaneo, non un prequel, e posizionarlo abbastanza lontano dalla California del Nord per non calpestare la mitologia già raccontata in sette stagioni. Ciò non significa che non ci potrebbero essere alcuni crossover ironici con personaggi familiari man mano che la serie va avanti. Non vorrei impostarlo troppo vicino al mondo che già conosciamo. Sarebbe cannibalizzare ciò su cui abbiamo lavorato molto duramente per creare e non farei mai nulla per minarlo. Stiamo cercando di capire come sarà e sono in procinto d’incontrare gli sceneggiatori per restringere il campo. Il mio intento è, finito lo hiatus, iniziare la sceneggiatura del pilot e partire da lì.

DEADLINE: Sons è difficile da eguagliare…

SUTTER: Sì, ma questo sarebbe comunque fantastico perché amo il genere e la subcultura. E’ un modo divertente per immergere le punte dei piedi in quel mondo senza rischiare nulla. Se non funziona, non sento di aver rovinato quello che ho già creato. Se funziona, cammina sulle proprie gambe perché sarebbe uno show molto diverso. Gli elementi del mondo sarebbero simili, ma la subcultura e l’influenza della cultura spagnola crea un’energia diversa. Chiunque assumerò per la scrittura della serie conoscerà la cultura. Non mi sentirei nemmeno a mio agio nel gestire uno show del genere, essendo un ragazzo bianco dal New Jersey. Voglio portare gente che io possa guidare con quello che conosco, permettendo loro di mettere dentro la loro vita, famiglia ed esperienza culturale per aggiungere quei livelli che io non posso fornire.

Lilly

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