Kurt Sutter parla delle differenze tra Jax Teller e EZ Reyes, del suo ritorno nel mondo MC e tanto altro…

In occasione della promozione di “Mayans MC” al San Diego Comic Con 2018, Kurt Sutter è stato intervistato da Deadline, a cui ha spiegato come lo spinoff onorerà e amplierà la mitologia costruita nel corso delle 7 stagioni di “Sons of Anarchy”, e allo stesso tempo imparerà a volare con le proprie ali.

Di seguito vi proponiamo solo alcuni dei punti più interessanti (l’intervista “chilometrica” la trovate per intero cliccando >>>QUI).

DEADLINE: In Mayans M.C., il personaggio principale EZ Reyes sta cercando di diventare un membro del club, e tu colleghi una serie di fili complicati che diventerà fonte di tensioni lungo tutto il corso della serie. Questi non erano presenti in Sons of Anarchy quando abbiamo incontrato per la prima volta il Jax di Charlie Hunnam, il figliol prodigo dell’ex leader di SOA.

 

SUTTER: No, non vi erano. Si trattava di una crisi emotiva per Jax piuttosto che di una crisi dovuta alle circostanze, ma la mia sfida principale in questo progetto era prima di tutto come fare per distinguerlo da Sons e allo stesso tempo essere qualcosa di abbastanza familiare. Come passare da una mitologia alla successiva senza che si percepisca come poco originale. Mi piaceva l’idea che fosse incentrato su un prospect, sfruttando un po’ quella dinamica alla Tony Montana partendo dal basso e guardando poi la sua ascesa. Jax iniziava come un principe e il fulcro della storia era la sua conquista del trono. La mia sfida più grande con Jax nelle prime stagioni, poiché era Amleto, era ‘Faccio questo? Non faccio quello?’ Si trattava di mantenerlo proattivo, così anche quando ciò che faceva era reattivo, avevo un eroe costantemente in azione, nonostante le situazioni critiche a livello emotivo che arrivavano con ogni circostanza.

 

Qual è l’aspetto più gratificante del ritornare nel mondo degli MC fuorilegge?

 

Dopo la terza o quarta stagione di Sons, ho avuto una conversazione con Eric Schrier, il Presidente della programmazione originale FX. Stavano tentanto di stipulare un contratto con qualche network o società di lingua Spagnola, e mi chiese se avessi delle idee per qualcosa che si potesse tradurre…e l’unica cosa che mi venne in mente fu questo club Latino in SoA. Quell’accordo non è mai andato a buon fine e tutto finì lì. Verso la stagione 6 di SoA, quando tutto stava andando molto bene, a cominciare dal merchandise, abbiamo pensato di espandere, di scavare in mondi diversi ed ecco quando l’idea di Mayans è arrivata. John Landgraf (Presidente di FX Networks, n.d.r.) ed io concordavamo sul fatto che non volevamo si trattasse solo d’incastrare questo progetto in SoA. Non sarebbe stato giusto. Poi è arrivato “Bastard Executioner” e non sapevamo che sarebbe durato solo un anno, ma in ogni caso volevamo aspettare almeno 2 anni prima di ritornare in quel mondo; ed è proprio quello che è successo. Ho iniziato a svilupparlo ma non volevo farlo da solo; non pensavo che un bianco del New Jersey dovesse essere l’unica voce narrante per un MC Latino. All’inizio ho incontrato degli sceneggiatori davvero validi, poi quando il progetto ha iniziato a fare importanti passi in avanti, ho conosciuto Elgin James, uno sceneggiatore di enorme talento. Non lo dico per eccessiva modestia, ma la chiave del mio successo è circondarmi di persone più intelligenti di me. Quando mi sono seduto a parlare con Elgin, mi è stato subito molto chiaro che non fossi più io l’uomo più sveglio nella stanza. Non conoscevo nulla di lui, ma ha una storia affascinante. Elgin non parla Spagnolo ma è la personificazione del melting pot di 4 o 5 culture diverse, ed è cresciuto come un fuorilegge quindi capisce quel mondo. Per me, lui rappresentava la scelta migliore ed è stato fondamentale in questo progetto.

Quali erano i parametri della nuova serie e le caratteristiche del personaggio di EZ?

 

Avevo un’idea generica su come volevo che fosse lo show. Un prospect, un ragazzo che non proveniva da quel mondo. Nessuna eredità come nel caso di Jax. EZ avrebbe dovuto avere una vita completamente diversa. Era un ragazzo prodigio a cui è stato portato via il sogno Americano. Elgin si è occupato delle ricerche su questa cosa brutale che accade oggi non solo in Messico ma in altri paesi del Centro e Sud America. Questi cartelli sono al potere da così tanto tempo che sono diventati un’istituzione. Esiste una generazione di bambini che si scontrano con il comando, ma non è più il governo o la polizia, sono i fot**ti cartelli. Ci sono gruppi di vigilanti, molti di loro sono orfani o emarginati perché i loro genitori sono stati uccisi o sono scomparsi. In alcuni casi, sono i genitori che lasciano andare i figli perché sanno che i cartelli li userebbero contro di loro. Tutto questo ha tirato fuori un’idea che amavo dal punto di vista narrativo. Non puoi sbagliarti quando hai orfani dalla tua parte.

 

Quando hai iniziato Sons, avevi una ‘bibbia’ e un’idea della strada che ti aspettava. Compreso il culmine della storia, Sons quanto si è avvicinato all’idea che avevi nella tua testa?

Il motivo per cui, all’inizio, dicevo 7 stagioni è perché sapevo, avendo lavorato in “The Shield”, che dopo quel periodo di tempo la produzione diventa troppo costosa. Avevo un’idea di come volevo terminasse, con Jax che alla fine si rende conto di non poter essere un buon padre/figlio/fratello e al tempo stesso un fuorilegge. Ha provato per 7 stagioni a far combaciare le due cose ma alla fine della fiera…

 

Ma diversamente dall’ascesa di Jax, EZ ha motivazioni conflittuali che vediamo messe in scena nel pilot.

 

Allo stesso modo in cui, in un certo senso, abbiamo fatto con Jax nel corso di un paio di stagioni, quando rimedia il diario di suo padre e decide come procedere con il club per onorarlo, faremo la medesima cosa con EZ. Entro la fine di questa prima stagione non necessariamente colleghereremo tutti i fili, ma comunque avremo la sensazione che lui pensi ‘Ok, mi trovo al posto giusto nel momento giusto’. Da lì in poi, rimuoveremo alcuni ostacoli e ci si chiederà ‘Ma come ci riuscirà?’ Questi fattori esistono, proprio come in “The Shield”, dove dopo la prima stagione, i segreti sono stati sepolti ma erano sempre lì tra Shane, Ronnie e Vic, e solo nell’ultima stagione li abbiamo ritirati fuori. La cosa interessante di avere quel segreto di EZ è che, malgrado sia nascosto, in realtà sarà sempre lì a costituire una sorta di spada di Damocle per lui. Quindi in qualsiasi momento possiamo avere qualcuno che lo colpisce per creare il conflitto di cui abbiamo bisogno.

 

Avevi una visione per questo pilot, da te anche diretto. Poi è cambiato molto, con modifiche che hanno coinvolto non solo i personaggi ma anche gli attori. Ricordo lo stesso è capitato con Sons quando hai rimpiazzato Scott Glenn come il patriarca e poi hai scelto Ron Perlman. Perchè? E che cosa cercavi in Mayans che non sei riuscito ad ottenere al primo tentativo?

 

Nel primo pilot sono successe un paio di cose. Ad essere onesto, una è che, per via del modo in cui racconto le mie storie e della mia ossessione per i dettagli, ho capito fosse molto difficile per me stare dietro la telecamera e guardare la storia, e quando ho visto il pilot che ho anche diretto, noi tutti eravamo d’accordo sul fatto che per quanto fosse avvincente dal punto di vista visivo, mancasse di un certo tono. E ciò che magari ritenevo avesse il giusto tono, visualmente non era di grande impatto. Ed era mia responsabilità riuscire ad avere entrambi. Con Sons, abbiamo rigirato circa il 90% del primo pilot e la stessa cosa è accaduta con Mayans. Non è dipeso troppo dalle scelte degli attori, i problemi riguardavano la sceneggiatura. Una delle cose di cui mi sono reso conto è che siccome i personaggi femminili di Sons erano così forti, e il triangolo materno/paterno era potente, stavo cercando di convogliare quegli elementi anche in Mayans. Avevo questa figura materna che – non c’entra nulla l’attrice che doveva interpretarla – stavo cercando con tutte le mie forze di non trasformare in Gemma e alla fine è venuta fuori come un personaggio bidimensionale. Ho capito che questa storia si basa su due figli e un padre, e quella madre è diventata storia e un catalizzatore emotivo per gli uomini. Poi abbiamo rimpiazzato John Ortiz con Michael Irby, ed è stata una scelta di sceneggiatura, perché avevamo “Bishop”, il leader del club, un po’ troppo indeciso. Era sotto l’ala di Alvarez ma abbiamo capito che ciò indeboliva il potere di quel MC e perciò abbiamo cambiato quel personaggio. L’abbiamo fatto diventare un militare, più aggressivo e John non era più la scelta adatta, ed ecco perché abbiamo scelto Irby.

Erano tutti problemi legati alla sceneggiatura e, come in Sons, ho potuto riscrivere da capo mentre giravamo il pilot con i nuovi attori. Sapevo di non poter più giustificare la mia presenza alla regia e ho arruolato Norberto Barba, ricoprendo la stessa posizione che fu di Paris Barclay in Sons. Non volevo prendere un estraneo a cui non fregava nulla di quello che pensavo. Lui aveva condiviso le mie idee in tutta la fase pre-iniziale di Mayans, così questa è stata un’opportunità per lui di lasciare il suo segno nello show, d’inserirsi in questo mondo, nel cast, in tutto. Quindi ho passato il timone della regia a Norberto mentre Elgin ed io ci siamo concentrati sulla storia…e in questo modo ha funzionato.

 

Posso tracciare un simbolismo nella prima immagine, vedendo il corvo investito da una motocicletta guidata da un Mayan?

 

Sì, quello è stato un richiamo giocoso.

 

La serie inizia 3 anni dopo il finale di Sons, e loro rimangono una presenza aleggiante sui Mayans. Quanto vedremo del vero club, considerato che tu non vuoi che questo show sia una versione Latina di Sons?

 

Sono stato sempre molto protettivo della mitologia di Sons, voglio che viva nelle menti dei fans e non alterarla. Sento che posso attingere da quel mondo senza discuterne. Eravamo a San Bernardino (per girare la scena di una grande sparatoria) e mi sono ricordato che in Sons avevamo un charter San Bernardino. Chi era il presidente? Era interpretato da Robert Patrick, un grande uomo che penso ci avrebbe pagato per venire a ricoprire il ruolo fornendoci rinforzi. Ha amato l’idea, e noi abbiamo portato un volto che il pubblico riconoscerà. E’ stata una coincidenza, ma faremo cose così, ci saranno intersezioni nel corso della serie col passare del tempo. La mitologia Mayans seguirà la propria strada, ma per il momento non voglio che si possa provare un senso di ‘tradimento’… già vedere quel reaper nel pilot è stato molto importante per me, un forte richiamo per il pubblico… Ci saranno intersezioni, vedremo facce familiari in un modo che non impatterà o suggerirà come la vita è continuata in SAMCRO nella California del Nord.

 

In precedenza hai detto che consideri la saga di Sons divisa in 4 capitoli, questo è il secondo. Dà l’idea di essere una sorta di “Supereroi Marvel su moto”. Stai ancora pensando di realizzare il capitolo con John Teller che ritorna dal Vietnam e fonda Sons con Piney, e Clay e Gemma sullo sfondo? Ti interessa ancora raccontare quella storia?

 

Sì. Una delle cose interessanti di Mayans è che facciamo qualcosa di mai fatto prima in Sons. Non abbiamo mai fatto flashback in Sons, perché sentivo che poteva tirarti fuori da quel mondo. Ma grazie a chi è EZ e a come funziona la sua mente, [il flashback] è un elemento organico in questo show. E ciò porrà le basi per il prequel. Ne ho parlato con John [Landgraf] e avverrà tra un paio di anni, sarà il terzo capitolo ma sarà composto solo da 10 episodi. Non riesco a vederlo come una serie più estesa. Inizierà in Vietnam e narrerà della formazione del club, per poi fermarci appena l’ultimo membro dei 9 Originali si unisce al club. Quello era Clay. In questo modo non violiamo la storia su cui abbiamo basato Sons.

E se sarò ancora in vita quando Mayans sarà finito, ho un’idea che forse potremmo sviluppare. Jax non ha distrutto tutte le copie del manoscritto di John Teller, e ad un certo punto forse avremo il personaggio di Drea [De Matteo, che interpretava Wendy, n.d.r.] ancora in giro con i figli, avremo il personaggio di Jimmy Smits [Nero Padilla]… Prima o poi forse ci sarà una storia sui fratelli Abel e Thomas che ritornano a Charming. Dove tutto è iniziato. Se sarò ancora vivo, quello potrebbe essere l’ultimo capitolo.

 

EZ Reyes è molto simile a Jax, nel senso che seguiamo la sua evoluzione nella gang dei Mayans. Perché hai scelto JD Pardo per interpretarlo?

 

Abbiamo fatto ricerche, ma c’è un bacino di scelta più limitato perché quello degli attori Latini  è più piccolo rispetto a quello degli attori bianchi. JD è arrivato e ha letto per ruoli diversi, ma c’era un qualcosa in lui che mi è piaciuto subito. Nel club chiamano EZ ‘Boy Scout’. Per me, JD ha questa qualità. Quando ha letto per un personaggio diverso non dava la stessa impressione di molti altri attori che erano venuti ai provini. Molti provengono da quel mondo e godono di una certa rudezza. Mentre in lui c’era un lato molto più da ragazzo ‘pulito’, dal linguaggio forbito e sembrava fuori luogo con gli altri… ed era esattamente ciò che volevo. Un ragazzo che si percepisse come un’anomalia, allo stesso modo in cui anche Emily [l’ex fidanzata di EZ] fosse un’anomalia in quella comunità. E’ una ragazza bianca che proviene da una famiglia benestante, con suo padre socio di una grossa azienda agroalimentare. Lei è un’anomalia proprio come lo era Jax e come lo è EZ. Per lui, avevo bisogno di un attore che avesse quella caratteristica da boy scout e ragazzo prodigio. Questo è ciò che ho visto nel provino di JD e quando l’ho fatto leggere con Clayton [Cardenas, che interpreta il fratello di EZ] e con Sarah Bolger [l’attrice che interpreta Emily]. E poi JD ha messo su circa 20 kg di massa muscolare tra il primo pilot scartato e il secondo rigirato. JD, come Charlie Hunnam, è molto magro ma si è impegnato duramente per accumulare quei muscoli ‘da carcerato’ per noi, e la differenza in termini di fisicità tra il primo e il secondo pilot è veramente pazzesca. Ha avuto un’influenza su di lui anche a livello psicologico. Persino la sua camminata, il suo portamento sono diversi e ciò ha contribuito a coinvolgerlo ancor di più nel mondo Mayans.

 

Qual è la cosa che ti dona più piacere?

 

Amo incasinare con i generi narrativi. In Sons, sia che le persone l’abbiano capito o non lo sappiano, ma si trattava di creare uno show tutto azione e testosterone in cui la suspense è un aspetto e poi al suo interno consegnare al pubblico personaggi tridimensionali e storie complesse. Sono stato in grado di attirare un pubblico che, se fosse stato solo per le questioni famigliari e i viaggi emotivi non ci sarebbe stato, ma ho catturato persone con l’esca del genere dando poi loro qualcosa di più. Sostengo sempre che il pubblico ha iniziato a guardare Sons per le moto, per Charlie, per l’azione ma non è ciò per cui è rimasto. Quelle cose alla lunga annoiano. La gente invece resta se premi dei tasti dentro di loro, sia che si tratti di un qualcosa legato alla propria madre o padre o qualcosa che consente d’immedesimarsi con quello che provano i personaggi. Questo è il motivo per cui hanno continuato a guardare la serie, perché tutto il resto è roba già vista. Istintivamente, stiamo cercando di fare la stessa cosa anche qui. Abbiamo il genere d’azione ma speriamo di dare livelli di profondità, sia che si tratti della sfera emotiva, del cambiamento del clima globale e altre questioni che possano far riflettere e far esclamare alle persone “Oh, è fantastico! Mi chiedo come andranno avanti?”.

 

Lilly

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