Charlie Hunnam su “Io Donna” (Corriere della Sera)

Intervista e Cover per Charlie Hunnam sull’ultimo numero di “Io Donna”, il femminile del Corriere della Sera.

«Sex symbol io? Ma questa è una minaccia!». È una bella storia, quella di Charlie Hunnam: determinazione, lavoro sodo e categorico rifiuto dell’etichetta di sex symbol.

Nato a Newcastle, in Inghilterra, «in una zona poco incline alla creatività», a 13 anni si spostò con la famiglia nel Lake District: «Lì iniziò il mio periodo di incubazione e isolamento, e il mio futuro cominciò a prendere forma». A 17 anni se ne andò di casa per trovarsi un agente.

Con uno dei suoi primi lavori, la serie Queer as Folk, divenne un role model per i giovani omosessuali. Biondo con gli occhi azzurri, alto, atletico, sembrava destinato solo a ruoli di bellone. «Ma a me interessava semmai essere brutto» dice lui che, al massimo, si è un po’ impolverato per il ruolo di Jackson “Jax” Teller in Sons of Anarchy. Sopravvissuto a King Arthur: il potere della spada, l’epica della tavola rotonda rivisitata dall’amico Guy Ritchie, clamoroso flop al box office, stiamo per vederlo in Civiltà perduta (nei cinema dal 22 giugno) e, la prossima stagione, in Papillon dove incarnerà il galeotto che nel 1973 fu interpretato da Steve McQueen.

Charlie Hunnam in una scena di Civiltà perduta.

Com’è stato crescere a Newcastle?
È stato piacevole, la mia era una casa piena di amore e creatività. Quando avevo 12 anni mia madre – i miei si erano separati già da diverso tempo – si mise con un altro partner, cominciammo a spostarci in varie parti del Paese. Nel Lake District finii per avere pochi amici, non riuscivo a comunicare con nessuno, mi rinchiusi in me stesso e passai l’adolescenza in solitudine. I film divennero i miei compagni di vita, gli unici a farmi sentire vivo, a sostenermi. Grazie tanto, bastardi del Lake District! (ride)

Ma se tutte le compagne di scuola l’adoravano…
Da piccolo, a Newcastle: l’ultimo giorno di scuola, prima di lasciare quella città per sempre, era San Valentino, ricevetti 27 cartoline da 27 ragazzine diverse, e un orologio, un walkman, cioccolatini e fiori. Mi sentii un vero rubacuori (ride). Tuttavia passato quel momento mi sono poi sentito detestato, un vero asociale, un disastro.

È diventato, però, un sex symbol.
Che espressione senza senso! Successo e notorietà non mi hanno mai interessato.

Lei ha rifiutato molti ruoli da belloccio, tra cui quello di Christian Grey in 50 sfumature di grigio.
Lo sapevo che sarebbe arrivata lì… In realtà non l’ho rifiutato, troppi impegni si sono sovrapposti. Avevo già assicurato al mio amico Guillermo Del Toro che avrei girato Crimsom Peak con lui, e volevo mantenere quella promessa.

Charlie Hunnam e Robert Pattinson in una scena di “Civiltà perduta”.

Suo padre se ne andò di casa quando lei aveva due anni. Come lo ricorda?
Mio padre è una presenza colossale nella mia vita, insieme a mia madre l’influenza più grande. Mamma mi ha insegnato ad amare, papà a combattere. Era un uomo assolutamente straordinario; io mi sentivo inadeguato e volevo emularlo. L’ho sempre presente e in ogni mio personaggio ho messo qualcosa di lui, anche in Jax di Sons of Anarchy.

Ricorda il primo film che la stregò?
Excalibur. Avevo sei, sette anni e lo guardavo e riguardavo. Continuavo a chiedere a mia madre se gli attori dovevano tirare di spada e andare a cavallo sul serio: lei non sapeva come rispondermi… io avevo già deciso che quello sarebbe stato il mio lavoro da grande.

L’abbiamo vista di recente in un’altra epica cavalleresca, King Arthur, muscoloso e aitante, mentre in Civiltà perduta è emaciato e sofferente. Una trasformazione visibilmente complessa.
È stata un’autentica peripezia; stavo lavorando all’ultima stagione di Sons of Anarchy – nella quale apparivo malconcio e traumatizzato, così quando mi presentai a Guy Ritchie per King Arthur sembravo uno scheletro. Lui all’inizio non mi voleva. Ho lavorato duro, sollevato pesi, seguito una dieta ferrea, evitato carboidrati e latticini per mettere su muscoli rimanendo sottile.

Charlie Hunnam con Sienna Miller in “Civiltà perduta”.

Poi è diventato Percy Fawcett, l’esploratore britannico scomparso in Amazzonia negli anni ’20.
Ho iniziato a girare Civiltà perduta otto giorni dopo la fine di King Arthur, e da 84 chili sono dovuto scendere a 65 in dieci settimane: è stata un’enorme fatica. Poi, quando ho finito le riprese di Papillon, ne pesavo appena 64. Così, quando mi hanno offerto il film successivo, la storia di un membro dell’IRA e del suo sciopero della fame, mi sono detto «No, non ce la posso fare, mi rovino la salute. “Fratello mio” – ho detto al regista- “trovati un altro, sorry”.

In Papillon ha il ruolo che fu di Steve McQueen, dico: Steve McQueen. Paura del confronto?
Sarà inevitabile. Ma Henri Charrière è realmente esistito e il film è filtrato dalla sensibilità di un regista come Michael Noer che ha uno stile da documentarista. Chi mai al mondo vorrebbe essere paragonato a Steve McQueen? Nessuno, si immagini io.

È vero che ha paura dei microbi? Come affronta i baci in scena?
Quelli sì, mi rendono nevrotico: a me piace baciare la mia donna (la disegnatrice di gioielli Morgana McNelis, ndr), non tutte le altre. Decine di uomini mi dicono che ho una fortuna sfacciata a baciare le ragazze più belle del mondo, ma non è la parte del lavoro che amo di più. Ancora non mi è venuto l’esaurimento nervoso ma chissà, forse un giorno diventerò come Howard Hughes. Per ora tutto è sotto controllo!

E adesso, a 37 anni, si è finalmente messo il cuore in pace all’idea di essere in ogni lista di “Uomini più sexy del mondo”?
Se ne ho qualche vantaggio, perche no? Suppongo sia un onore, giusto? Ho lavorato con David Beckham (“Il più sexy del mondo” per People Magazine nel 2015) di recente in King Arthur e quando sono arrivato sul set e me lo sono trovato davanti gli ho detto: «Suvvia, è quasi ridicolo quanto sei bello! Non ti possiamo fare qualche cicatrice sulla faccia?».

Fonte

Lilly

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *