Charlie Hunnam su American Way Magazine (Aprile 2017)

Charlie Hunnam figura come cover star del magazine “American Way” per il numero di Aprile 2017.

Dalla difficile infanzia in Inghilterra al regno a stelle e strisce di Hollywood,
Charlie Hunnam è l’Uomo che sarà Re.

Dove per Re si intende Re Artù, nel nuovo film di Guy Ritchie.

Charlie Hunnam

Charlie Hunnam per “American Way”

Così recita la cover del magazine “American Way”, che nel suo numero di Aprile, vede il nostro Charlie Hunnam seduto su un trono con in mano una tazzina di tè (da perfetto Inglese qual è).

Dimenticate gli addominali scolpiti, dimenticate la mascella virile, dimenticate i giganteschi robot da combattimento – Charlie Hunnam vuole essere preso sul serio.

 Per prima cosa, un’analisi sul fenomeno dei social media. Premessa: Charlie non usa Twitter, Instagram o Facebook.

“Sono così sconcertato da tutto il fenomeno dei social networks. Per me, è il segnale rivelatore di come la gente si stia muovendo nella direzione sbagliata, cercando di riempire questo vuoto incolmabile che abbiamo tutti dentro.”

Da quando 9 anni fa è apparso nella serie cult “Sons of Anarchy”, Charlie (37 anni questo mese) è diventato a tutti gli effetti un sex symbol di Hollywood. Capelli biondi trasandati, occhi blu pallido e addominali a tartaruga che sembrano come disegnati da qualche fumettista Marvel.

Ma non sono argomenti di suo interesse. Hunnam continua sul tema dei social media:

“Non m’interessa cosa le persone mangiano a colazione o cosa pensano delle scarpe che indossano o dove si trovano in vacanza. Questa attitudine istantanea al ‘mi piace’, ‘non mi piace’ e ad esprimere giudizi avventati sulle cose – ed essere anche incoraggiati a farlo – prolifera nella nostra vita quotidiana.”

Parlando dei suoi film in uscita, “The Lost City of Z” di James Gray, e “King Arthur: Legend of the Sword” di Guy Ritchie, Charlie rivela che ha girato entrambi nel giro di poche settimane l’uno dall’altro, un periodo super intenso, che l’ha tagliato fuori dal mondo esterno alle riprese – escludendo persino la sua fidanzata Morgana McNelis, una designer di gioielli. Durante i 4 mesi trascorsi per filmare “The Lost City of Z” in Colombia e in Irlanda, non l’ha nemmeno chiamata una volta al cellulare – tutto per calarsi al meglio nel ruolo.

“Ho una fidanzata incredibile. Stiamo insieme da 11 anni ed è incredibilmente comprensiva riguardo alla mia ossessione. Entrambi abbiamo fatto enormi compromessi. Non siamo sposati. Non abbiamo figli. Tutto questo per via della mia ossessione ad adempiere questa sorta di destino personale.”

Destino personale è un’idea che generalmente si applica a figure mitologiche – come Re Artù – e non a star del cinema. Ma Charlie Hunnam si è deliberatamente piazzato ai margini della scena di Hollywood. Non lo vedrete sui tabloid mentre folleggia andando in giro per locali. A lui piace passare il tempo cucinando, guardando film o esplorando la natura. Ma persino per Charlie, segregarsi nella giungla sud-Americana per mesi senza pause, è sembrato un po’ estremo.

“Non stavo cercando di essere esageratamente spaccone o roba del genere. Interpretare Percy Fawcett ha assunto un’enorme importanza per me, per dimostrare a me stesso di cosa fossi realmente capace. Rappresentava una grande opportunità per approfondire il lavoro che ho da sempre desiderato. Non avrei permesso a nulla d’impedire che tale opportunità si materializzasse, perché volevo vivermela a pieno.”

 

Charlie Hunnam risulta ancor più su di giri quando la discussione si sposta su King Arthur, che si collega ad una sua fantasia infantile. Da bambino, uno dei suoi film preferiti era “Excalibur” di John Boorman.

“L’ho visto infinite volte. Stavo sempre ad intagliare pezzi di legno per ricavarci spade, cercando di coinvolgere mio fratello maggiore in duelli.”

La versione di Ritchie è originale, contagiata da scambi di battute veloci e brillanti e dallo stile visivo dei suoi primi film come Lock & Stock – Pazzi Scatenati e Snatch – Lo Strappo.

“Ero molto interessato alla sceneggiatura di ‘King Arthur’, a come Guy ci stava lavorando. E’ stata una specie d’esplorazione dell’ego e di come raccontiamo a noi stessi cose terribili e creiamo demoni interiori. Lavorare con Ritchie è stata un’esperienza davvero viscerale.”

A volte, parlare con Charlie Hunnam può sembrare come giocare ad una partita impegnativa di Scarabeo – perché anche le domande più casual generano in lui una raffica di paroloni. La sua formazione, tuttavia, è stata tutt’altro che d’alto livello. Era il minore di due fratelli, cresciuto a Newcastle upon Tyne, una città scarsamente produttiva nel nord-est dell’Inghilterra, da genitori che si separarono quando lui era neonato. Suo padre, morto qualche anno fa, era un mercante di scarti metallici, che faceva affari anche in modi poco leciti.

“Era un personaggio pittoresco ma anche un uomo molto duro. Ero e sono, tutt’ora, affascinato da lui.”

La madre, invece, la descrive come una donna gentile e affettuosa, che per mantenere i figli fece i lavori più disparati, cambiando anche più volte casa. Charlie ha frequentato il Cumbria College of Art and Design, ma sono stati i suoi genitori la sua vera fonte d’ispirazione.

“Mia madre mi ha insegnato ad amare, mio padre mi ha insegnato a lottare. Sono stati entrambi ugualmente importanti.”

La sua strada verso la fama è stata tortuosa. E’ stato scoperto a 17 anni, mentre ballava ubriaco in un negozio di scarpe di Newcastle durante una vigilia di Natale. Ha ottenuto il suo primo ruolo nella versione originale britannica di “Queer As Folk”, una serie tv che ha conquistato sia plausi sia critiche nel Regno Unito. Charlie ha iniziato a catturare l’attenzione di produttori Hollywoodiani i quali, quando stava per compiere 20 anni, l’hanno attirato a L.A.

Seguirono diverse parti in film e serie tv, ma è stato “Sons of Anarchy” a renderlo famoso. Ha interpretato per 7 stagioni Jax Teller, il leader di un club di motociclisti fuorilegge, e probabilmente avrebbe continuato a farlo se lo show non avesse chiuso nel 2014.

“E’ stato un campo d’addestramento incredibile. Non solo giravamo 10 scene al giorno in condizioni fisiche veramente difficili, e dovevamo fare 2-3 scene di combattimento a settimana, ma avevamo sempre lo script dell’episodio successivo che ci respirava sul collo.”

Insieme alle 105 ore di lavoro settimanali, dedicava parecchie energie extracurriculari per interpretare al meglio il ruolo.

“Guidavo una moto. Andavo in giro con gruppi di persone davvero toste.”

Charlie Hunnam ha intrapreso una notevole e variegata carriera cinematografica, lavorando con alcuni dei più grandi registi. Tra i suoi ruoli troviamo un sadico albino in “Cold Mountain” di Anthony Minghella; un attivista dei diritti umani in “Children of Men” di Alfonso Cuaròn; un dottore dimesso in “Crimson Peak” di Guillermo del Toro. Inoltre ha recitato in “Pacific Rim”, sempre di del Toro, un insolito tentativo nella parte del tradizionale eroe dei film d’azione che, dato il suo aspetto da bel tenebroso, poteva costituire molto facilmente il suo pane quotidiano.

 

Alla domanda quale attore l’ha più ispirato, Charlie risponde Daniel Day-Lewis. Ma le sue ambizioni si stanno ampliando. Di recente, ha prestato particolare attenzione a film come “Moonlight”, drama che ha vinto l’Oscar raccontando la storia di un giovane uomo di colore omosessuale non dichiarato, e anche alla performance di Casey Affleck in “Manchester by the Sea”, che gli è valsa un premio Oscar.

Charlie vuole mettere mano in vari settori creativi: sceneggiatura, regia, produzione, così da poter creare da sé “film drammatici intelligenti e maturi.”

“Sono attratto da storie guidate da un punto di vista maschile. Ne sto sviluppando un paio in cui recitare, storie di uomini che sono un po’ messi da parte, che cercano di trovare un senso alla condizione umana, di capire come vivere in un mondo moderno in costante evoluzione – trattando la prospettiva di come una persona affronta l’esistenzialismo, o quali azioni straordinarie le persone possono fare, per colmare il vuoto, se sono consapevoli del terribile buco che abbiamo nelle nostre anime.”

Così, entrato in quello che lui stesso definisce un “periodo di auto-esplorazione”, Charlie Hunnam sta mettendo in pausa la sua carriera da attore.

“Sono in una specie di pausa. Ho respinto tutte le offerte arrivate, mi sto prendendo un momento per cercare di fare un bilancio e trovare equilibrio.”

Ribadisce che non gli mancherà stare sotto le luci dei riflettori, ma ammette che molte persone sono scettiche riguardo questa sua affermazione.

“L’idea di dire a qualcuno, con faccia seria, che voglio essere uno scrittore e un attore – ma non famoso – viene considerata ridicola, incontra sospetto e palese scetticismo [dice con un sorriso]. Ricevo un sacco di ‘Sì, certo…’”

Infine, prima che l’intervista finisca, Charlie racconta che gli piacerebbe scrivere e dirigere un film su suo padre – sebbene non voglia fare nulla di affrettato.

“Se un giorno, finalmente, riuscirò a raccontare la storia di mio padre, voglio possedere tutte le competenze necessarie per onorarlo.”

 

Lilly

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